Parco delle Grotte del Caglieron

INTRODUZIONE

Il Parco delle Grotte del Caglieron è uno dei simboli identificativi del Comune di Fregona, in provincia di Treviso, dove natura e attività dell’uomo sono strette in un perfetto connubio.

Le grotte del Caglieron sono quel che resta di una area di cava: uno stupendo esempio di recupero e ripristino ambientale.

All’interno della forra scavata dal Torrente Caglieron numerose sono le cascate, alte parecchi metri, con grandi marmitte alla base, scavate nella roccia dall’erosione dell’acqua. Nella parte più profonda della forra, si notano sulle pareti grandi concrezioni calcaree che chiudono per un tratto e in parte la volta, dando all’insieme l’aspetto di una grotta. Sulle pareti della forra si aprono delle grandi cavità artificiali, ottenute dall’estrazione dell’arenaria, la tipica “piera dolza” (pietra tenera). L’attività estrattiva, che risale al 1500 e forse anche prima, forniva il materiale per la costruzione di stipiti, architravi, ecc., che si possono ancora osservare sulle vecchie case e i palazzi di Vittorio Veneto e dintorni.

Interessante era il metodo di estrazione praticato: essendo gli strati inclinati anche oltre i 45°, il distacco del materiale, provocato utilizzando grossi scalpelli che hanno lasciato segni ancora visibili, avveniva a blocchi, con l’avvertenza però di lasciare delle colonne inclinate a sostegno della volta. Ne è derivato così un insieme di suggestive cavità artificiali, distribuite lungo l’orrido, sul cui fondo scorre vorticoso e rumoroso il torrente, tanto da portare alla costruzione di un percorso attrezzato.

INFORMAZIONI GENERALI PER LA VISITA

Orario di apertura: Da Maggio a Settembre: dalle 09:00 alle 18:00 Da Ottobre ad Aprile: dalle 10:00 alle 16:00

Contatti: MAIL caglieron@prolocofregona.it WEB www.prolocofregona.it TEL 0438 585487 CELL 328 8117359

Vogliamo che tu abbia una esperienza piacevole e sicura. Per favore abbi rispetto per gli altri visitatori e contribuisci a tenere pulito il parco!

Norme comportamentali generali

Ordinanza n°14 del 26.06.2018
  • Non sporcare
  • Divieto di accendere fuochi
  • Non raccogliere fiori, piante o sassi
  • Non indossare calzature inappropriate
  • Divieto di arrampicata.
. Non sporgersi dalle passerelle
  • Non correre
  • Divieto di balneazione
  • Vietato l’uso di biciclette
  • Vietato l’uso di passeggini
  • Camminare solamente all’interno dei sentieri, in fila indiana e senza creare assembramenti.
  • I bambini sotto i 14 anni devono essere accompagnati da un adulto.
  • I cani vanno tenuti al guinzaglio (lunghezza massima 1,5 m).
  • Tenere la museruola a portata di mano.
  • Raccogliere le feci dei cani al seguito e utilizzare i cestini dedicati.

LE PECULIARITÀ DEL PARCO

Perché “Caglieron”?

Perché il Torrente Carron ha scavato delle marmitte alla base delle cascate, cioè delle pozze, che ricordano la forma della pentola per fare la polenta, che localmente si chiama “cagliera”. Le pozze sono diventate sempre più profonde a causa del moto vorticoso di mulinelli d’acqua che, muovendo ciottoli e altri detriti, hanno scavato sempre più a fondo le pozze.

Il torrente ha modellato con maestria un breve canyon (forra) incidendo perpendicolarmente la Costa di Fregona, che ha gli strati di roccia naturalmente inclinati di circa 40° per il sollevamento creato dalla nascita delle Alpi.

La forra è il risultato di un collasso parziale del fianco della collina che si è incastrato nell’incisione a V creata dal torrente. Infatti gli stadi di creazione di una grotta sono tre:

  • Primo stadio: Il corso d’acqua, scorrendo e trascinando detriti, incide la forra (un piccolo canyon). Le pareti ai lati sono molto ripide e scoscese
  • Secondo stadio: dalle pareti laterali, crolla un tratto superiore: i detriti si incastrano a metà altezza della parete, formando una sorta di “tetto” sopra la forra.
  • Terzo stadio: si forma un’incrostazione della roccia e dei vegetali con carbonato di calcio.

Oggi Caglieron, ieri un grande delta fluviale

A partire da circa 190 milioni di anni fa c’era un mare caldo tropicale con delle lagune e delle barriere coralline come le attuali Bahamas. Quando hanno iniziato a formarsi le Alpi, tutto quello che si era depositato sotto il mare, gusci di animali e sabbia calcarea, inizia a emergere e sollevarsi per le spinte tettoniche tra la placca Africana e la Euroasiatica. Nasce così 40 milioni di fa il gruppo montuoso del Cansiglio - Cavallo costituito prevalentemente da calcare. Il mare inizia ad allontanarsi, cominciano a formarsi grandi conoidi alluvionali (accumuli di sedimenti) e delta fluviali estesi a ventaglio che trasportano la sabbia, quella che poi diventerà la roccia arenaria.

Si crea una ampia pianura alluvionale, che andrà a indurirsi (litificare) e formare una delle principali rocce del Caglieron, il conglomerato, ben visibile dentro le grotte come un salame nel panino di arenaria.

Visitare le grotte del Caglieron è come entrare dentro i depositi ghiaiosi e sabbiosi di antichi e grandi fiumi. Su alcune pareti, si possono vedere sedimenti più chiari che sono frammenti di conchiglie immersi nell’arenaria, una roccia che consiste in sabbia compattata formata circa 11 milioni di anni fa. Significa che qui c’era un ambiente prossimo al mare, una spiaggia di un grande delta fluviale dominato dalle onde del mare come potrebbe essere adesso l’attuale delta del Fiume Piave. In questa roccia si possono trovare molti fossili di gasteropodi (come le chiocciole), bivalvi (molluschi con una conchiglia doppia), echinidi (ad esempio i ricci di mare).

L’acqua del Caglieron incontra le sorgenti solfuree Lungo il letto del torrente si trovano delle piccole sorgenti solfuree che emanano il classico odore da “uova marce”. Sono la casa di alcune colonie di solfobatteri, alghe, diatomee, protozoi che si nutrono delle sostanze chimiche sciolte nell’acqua producendo a volte dei filamenti biancastri.

Stalattiti e stalagmiti: la Natura decora lo spazio

L’acqua è una grande artista e crea particolari morfologie sopra e sotto terra a seconda di come scorre e di quanto tempo ha per modellare. Il carsismo è un fenomeno naturale di corrosione chimica della roccia per opera dell’acqua piovana, che modella la roccia calcarea consumandola.

Le concrezioni sono le decorazioni delle grotte. In questo caso, l’acqua piovana si accumula in vasche e si infiltrandosi nella roccia, permeando in una grotta sottostante: in questo modo, invece di corrodere e scavare, incrosta la superficie della grotta stessa, depositando pian piano strati di calcite con una temperatura di 12°C e 95% di umidità. Le stalattiti sono quelle che scendono dall’alto verso il basso, mentre le stalagmiti sono quelle che stanno sul pavimento. Quando si uniscono, mediante lo stillicidio che è la caduta della goccia in grotta, allora si formano le colonne. La baby stalattite viene chiamata cannula e consiste in una sorta di spaghetto o canaletto lungo il quale scorre l’acqua.

Come si forma il travertino

È un deposito carbonatico che cresce sulle cascate del Torrente Carron con la collaborazione delle piante. Il nome deriva dal latino lapis tiburtinus, ossia “pietra di Tivoli”, dove sono particolarmente sviluppati. Ad alcuni di questi depositi viene spesso anche attribuita la denominazione di “tufo calcareo”. I travertini presentano una struttura vacuolare (ovvero caratterizzata da numerose piccole cavità) dovuta in gran parte ai vuoti lasciati da vegetali inglobati, successivamente decomposti.

La genesi dei travertini è soprattutto dovuta all’azione di forme batteriche che operando la fotosintesi sottraggono l’anidride carbonica dall’acqua favorendo la precipitazione di carbonato di calcio sotto forma di incrostazioni.

Perle di Grotta

Sono delle sfere di carbonato di calcio (calcite) che possono avere un diametro anche di un centimetro. Dal colore beige chiaro, sono costituite da una successione di involucri concentrici (come una cipolla) cresciuti per cristallizzazione su di un nucleo di partenza che può essere un granello di sabbia. Si generano per continuo rotolamento ad opera dello stillicidio o di acque correnti di moderata energia. Si trovano in gruppi di dimensioni diverse all’interno di vaschette sommerse e alimentate da acqua sovrasatura. Una condizione necessaria affinché la pisolite (ovvero l’insieme dei cristalli granulari) non si cementi sul pavimento è quella di essere soggetta a continui movimenti o vibrazioni.

LA FAUNA DEL PARCO

Merlo acquaiolo (Cinclus cinclus)

Riesce a rimanere immerso per diverso tempo alla ricerca di cibo grazie ad alcuni stratagemmi: degli “occhialini speciali” per vedere sott’acqua, una sorta di terza palpebra semitrasparente, e una “tuta da sub” isolante, un piumaggio costantemente impregnato dall’uccello con un secreto oleoso per garantirne l’impermeabilità. Fuori dall’acqua si può ammirare il suo piumaggio bruno scuro su tutto il corpo e le ali tranne per l’ampia macchia bianca a contrasto, sotto la gola e sul petto.

Tricotteri (Trichoptera)

Sono insetti che vivono gran parte della loro vita in acqua sotto forma di larve. Sono conosciuti anche come “portasassi” o “portalegna” perché le larve si costruiscono, lungo tutto l’addome, un astuccio protettivo con materiale naturale, come granelli di sabbia e sassolini, incollato insieme da un invisibile filo di seta viscoso. Gli adulti hanno le ali coperte di peli. Tricottero in greco, infatti, vuol dire ali pelose.

Salamandra Pezzata

Non mangiarmi! Ecco il messaggio che la salamandra vuole dare ai suoi predatori con la colorazione sgargiante, del suo mantello. Infatti, su una lucida base nera, la salamandra presenta una picchiettatura a contrasto di vivaci macchioline gialle. Questo anfibio dal corpo sinuoso assomiglia ad una lucertola, ma la sua pelle è cosparsa di piccole ghiandole secernenti un muco urticante. Il muco ha una funzione battericida, riduce la disidratazione e ha un gusto repellente per gli eventuali predatori. È ovovivipara, le femmine partoriscono in acqua larve ad uno stadio avanzato. Le larve frequentano acque fresche, a corrente lenta e ben ossigenate.

Opilionidi

Sono aracnidi noti per le lunghe e sottilissime zampe e per il corpo molto piccolo. Sono eleganti e si muovono con grazia come ballerine. Non sono ragni, anche se qualcuno li confonde: l’addome, infatti, non è separato dal resto del corpo da un sottile peduncolo ma è fuso insieme. Non hanno ghiandole velenifere né della seta.

Ramarro (Lacerta bilineata)

È la più grande lucertola che abbiamo in Italia (45 cm di lunghezza). Ha dei colori brillanti che vanno dal verde al giallo, con una leggera retinatura scura, e nel periodo riproduttivo la gola diventa di colore celeste. È attivo di giorno ma è difficile da vedere perché si nasconde ed è velocissimo a correre e ad arrampicarsi.

Grillo campestre (Grillus campestris)

È conosciuto anche come grillo canterino, passeggiando in estate è facile ascoltare il suo frinio. Le canzoni cambiano a seconda del tempo: sono più veloci se fa più caldo. La stridulazione è prodotta dai maschi sfregando le ali l’una contro l’altra. Il corpo è compatto, dall’affascinante colorazione bruna con riflessi ramati.

Orbettino (Anguis fragilis)

Sottile, lucido e color bronzo, sembra un serpente ma non lo è! Piuttosto è una lucertola priva di zampe. Come la lucertola può perdere la coda e rigenerarla. È ovoviviparo, la madre può dare alla luce da 6 a 12 piccoli. Si nutre principalmente di lumache e piccoli invertebrati.

Chiocciola (Cornu aspersum)

La bava argentea prodotta dal suo piede (il nome scientifico per indicare il suo corpo) è usata come lubrificante per evitare di ferirsi. La bava però è utile anche per l’uomo: viene utilizzata per ridurre piccole cicatrici e rughe, nello sciroppo per la tosse, per ridurre il dolore da ustioni e migliorare la rigenerazione della pelle.

Pipistrello

I pipistrelli sono gli unici mammiferi in grado di volare, il loro nome scientifico è “chirotteri” che significa mano-ala. Le ali infatti sono formate da due sottili strati di pelle distese sopra il braccio e le lunghissime dita. Si orientano nello spazio grazie all’ecolocalizzazione – e a due grandi orecchie - ma non sono ciechi, vedono in bianco e nero.

Gambero

Raramente si può osservare il crostaceo Gambero di fiume (Austropotamobius pallipes).

LA FLORA DEL PARCO

Le grotte, siano esse naturali o artificiali, sarebbero il luogo ideale per la vita vegetale: aria satura di umidità e temperatura pressoché costante. Difetta però la luce che, come sappiamo, è indispensabile per la fotosintesi. Procedendo dall’esterno verso l’interno delle grotte, troveremo quindi le piante a fiore fino all’imboccatura o poco oltre come la parietaria, seguono le felci (capelvenere e asplenii, dalle lunghe foglie increspate) che si riproducono fino a 1/300 di luce rispetto alla luminosità esterna; ancora più tolleranti sono i muschi con 1/1000, infine le alghe a 1/2000. Nel limite interno di ogni zona gli esemplari si fanno più piccoli, delicati e sono sterili.

Ambienti umidi

Acqua, luce e temperatura sono gli elementi fondamentali per la vita. Durante il percorso, sarà evidente come essi interagiscono fra loro e come la diversa disponibilità dell’uno rispetto all’altro condizioni la vita vegetale. Tuttavia all’acqua spetta il ruolo di modificatore del territorio: scavando forre, modellando versanti e depositando ciottoli, sabbia e limo dove la corrente rallenta. Ciò permette alla biodiversità di esprimersi: si può facilmente incappare in un materasso di sedimenti colonizzato da una vegetazione igrofila (che ama l’acqua), rappresentata da ontano (un albero dalle coriacee foglie seghettate), salice, carice (pianta erbacea a cespi circolari, con caratteristiche spighette) e lisca (vigorosa pianta erbacea lacustre).

Ambienti di forra

Sui versanti ripidi e ombrosi, umidi e rinfrescati dallo scorrimento dell’acqua, la vegetazione più rappresentativa è composta da specie erbacee quali la sesleria (una sempreverde dalle sottili foglie a nastro) e la cannella (ovvero piccola canna palustre dall’andamento arbustivo), mentre il bosco si fa più rado con alberi stentati. In questo tipo di ambiente non è raro imbattersi in piante che normalmente crescono a quote più elevate, come la tofieldia comune o la stessa sesleria che è specie edificatrice dei pascoli su calcare, ubicati sopra i 1800-2000 metri.

Pendio Arido

Subito al di fuori dell’umida forra, si trova un luogo più luminoso e soleggiato dove il suolo è poco profondo e magro e la roccia affiora in alcuni punti. In queste condizioni le pur abbondanti precipitazioni vengono rapidamente allontanate e le piante si trovano spesso in carenza idrica. Prevale perciò una flora xerofila (che ama il secco), morfologicamente predisposta a utilizzare al meglio la poca acqua disponibile attraverso speciali adattamenti: radici molto sviluppate e foglie rigide o coperte di peli per attenuare la traspirazione, oppure erbe succulente simili a piccole piante grasse: le borracine, dalla forma che ricorda rametti di conifera.

Le felci

La parete rocciosa che incombe, quasi verticalmente, sulla cascata e sulla passerella del percorso è tappezzata da una ricca comunità di felci che conferisce al luogo un aspetto tropicale. L’edera che discende a festoni dalla volta della grotta rafforza il collegamento. Il popolamento è composto dalla scolopendria comune, dal capelvenere e dal cirtomio di Fortune. La prima ha lunghe foglie coriacee, ben distinte e leggermente increspate ai bordi. La seconda è caratterizzata da un aspetto delicato, dovuto alle piccole foglie rotondeggianti verde chiaro. La terza, invece, il cirtomio di Fortune, è riconoscibile per le fronde divise in segmenti triangolari a forma di lancia, è originaria dell’Asia orientale; coltivata per ornamento, si è inserita in questi ambienti senza entrare in competizione con la flora originaria (specie naturalizzata).

Le piante aliene

Alcune delle piante incontrate lungo il sentiero non appartengono alla flora locale (autoctone) ma sono originarie di paesi extraeuropei, introdotte dall’uomo per usi alimentari, produttivi od ornamentali. Questa flora, definita aliena o alloctona, riesce ad affermarsi dove la vegetazione naturale è stata alterata dalle attività antropiche (coltivi, cave, aree urbane), irradiandosi attraverso le vie di comunicazione o i corsi d’acqua. Sono spesso specie infestanti come l’ailanto, la robinia (detta localmente cassia) o la buddleia coltivata come pianta ornamentale a cause delle sue imponenti infiorescenze profumate e ora invasiva dei greti di torrenti e fiumi.

Gli alberi

All’interno del parco si possono incontrare formazioni riparali ad Ontano comune (Alnus glutinosa) e Ontano bianco (Alnus incana), Salice comune (Salix alba), Pioppo nero (Populus nigra); sui pendii Betulla verrucosa (Betula pendula) e Carpino nero (Ostrya carpinifolia).

L’UOMO NEL PARCO

L’attività estrattiva della “Piera Dolza”: una roccia facile da lavorare

L’attività estrattiva dell’arenaria, detta localmente “Piera Dolza” per la sua facilità nella lavorazione, è iniziata nel 1500 ed è terminata nel 1950. Da qui gli scalpellini hanno ricavato elementi utili nell’architettura locale quali stipiti delle porte e finestre, pietre angolari, scalini ed elementi decorativi come le guglie del campanile di Fregona e parti di edifici di Vittorio Veneto. Le colonne di pietra nelle grotte sono un elemento strutturale di sostegno lasciato appositamente dai cavatori affinché la volta non crollasse. Gli strati di arenaria della Costa di Fregona nella quale sono scavate le cavità sono naturalmente inclinati di circa 45°.

Gli scalpellini usavano pochi attrezzi (maglio, mazza, punte, cunei, ecc. ) e sapevano seguire abilmente la stratificazione. La sabbia rimasta dalla lavorazione dell’arenaria, il “saldame”, veniva impiegata per lucidare il rame (che si ossidava facilmente) degli utensili da cucina. Dalle bancate compatte di conglomerato invece, ricavavano pietre da mola per la macinatura del grano.

Antico Mulino

Il "Mulino delle Caldiere" è documentato dai primissimi anni del Quattrocento, ma si può ragionevolmente anticipare la sua costruzione almeno a due secoli prima. L’ubicazione, estremamente delocalizzata rispetto all’antichissimo vicus di Fregona, si spiega per due motivi: l’uno, politico, essendo il mulino nelle vicinanze del sovrastante castello della potente famiglia comitale dei da Camino, che riscuoteva lo ius sulla macina dei cereali; l’altro, geografico (probabilmente il più importante), per la presenza del fabbricato a valle della forra del torrente Caglieron. Il corso d’acqua, interessato da un notevole dislivello lungo il tragitto della gola, tra salti, cascate e marmitte, forniva, per mezzo di una roggia, ovvero di un canale artificiale tutt’ora esistente, alla ruota a coppedello (una ruota caratterizzata da secchielli consecutivi che, riempiendosi di acqua, causano il movimento della stessa), l’energia idraulica al mulino. Dagli anni Settanta del secolo scorso la destinazione d’uso del fabbricato è cambiata in pubblico esercizio di bar e ristoro, attualmente aperto.

Mulinetto del Caglieron

Come il precedente, il mulinetto del Caglieron sfruttava l’acqua del torrente; risalente alla fine dell’800 è stato ricostruito e a breve sarà completato con la macina, in modo da poterlo usare a scopo didattico.

Lavatoio dei Breda

A metà strada tra l’antico mulino e il borgo dello scalpellino si incontra, sulla sinistra, un belvedere, dal quale è possibile osservare due pozze che gli abitanti del posto utilizzavano per lavare i panni.

Borgo Scalpellino

Il Borgo dello Scalpellino è un recupero di un edificio rurale, ove si possono osservare gli stipiti in piera dolza ed altri elementi che ci insegnano come si è vissuti nel parco nel recente passato.

Il Borgo dello Scalpellino ed il terreno adiacente offrono un bell’esempio di come la natura si riappropri degli spazi che le erano stati sottratti dall’uomo e, in seguito, abbandonati. Il prato è ora colonizzato da un mantello compatto di rovo, precursore del bosco. Cessato ogni disturbo, nello spazio di alcuni decenni o di qualche secolo, ritornerà la vegetazione naturale. Nel frattempo l’intricato roveto darà ospitalità e rifugio a numerosi animali. Anche il muro, realizzato a secco con pietra locale, posto tra la casa e il fabbricato antistante, accoglie una piccola comunità di piante.

Grotta di San Lucio

La Grotta di San Lucio, denominata anche Grotta del Formaggio, per le sue caratteristiche naturali e per il micro clima che preserva, accudisce il formaggio e ne influenza la maturazione arricchendolo di sapori e profumi d’un tempo, esaltandone la tipicità fino a trasformarlo quasi in una delle pietre di arenaria che un tempo da essa si estraevano e che venivano utilizzate per decorare stipiti e capitelli. Al momento è un ambiente protetto, con numerosi ripiani di legno per l’invecchiamento delle forme.

Fungaia grotta di Santa Barbara

Per le condizioni favorevoli di temperatura e umidità dell’ambiente di grotta, pressoché costanti tutto l’anno, la Grotta di Santa Barbara in passato è stata utilizzata come una fungaia. Il substrato di germinazione erano rotoballe di fieno sulle quali venivano coltivati funghi del genere Pleurotus.

Campanile di Fregona

Significativa per l’impiego della pietra è la realizzazione del campanile di Fregona, che ebbe inizio nel 1880 e terminò nel 1909. Tutta la popolazione locale partecipò al lavoro di costruzione, svolto nei giorni di festa quando i fregonesi non erano impegnati nei campi. Il Campanile, in stile neogotico, è particolarmente alto e con una mole possente, benché ingentilito da ardite guglie. Non fu mai terminata la cuspide di 12 metri che doveva completarlo.
Il campanile si vede molto bene dal parco e durante alcune manifestazioni è possibile visitarlo internamente. La struttura è decorata con diverse sculture tra le quali teste di drago e di leone e delle pregevoli foglie di acanto: è una testimonianza della laboriosità e della notevole maestria degli scalpellini di Breda che, dalla pietra “dolce” del Caglieron (dal color beige chiaro) e da quella “turchina” delle cave del Masarè, seppero trarre i materiali per la costruzione di questa torre campanaria che contrassegna inconfondibilmente il panorama ai piedi del Cansiglio.